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Sulla liberazione di Silvia Romano

Sulla liberazione di Silvia Romano

Dunque: una (giovane) donna, appena liberata dopo un anno e mezzo di rapimento, torna a casa e le prime sue dichiarazioni che vengono riportate sono che va tutto bene, che è stata trattata benissimo, che è felice, che si é convertita, che i suoi rapitori erano gentili e insomma in pratica è tutto ok. La guardo e sento un turbamento profondo, misto a preoccupazione e inquietudine, e non riesco a non continuare a chiedermi come stia davvero. Non fosse altro perché, se ti tengono forzatamente lontana dai tuoi affetti e dal tuo mondo per più di un anno non puoi stare bene credo, e ancor più se fosse vero come dicono alcuni che potrebbe essere incinta, e questo aprirebbe un altro mondo di domande, tanto illecite e indiscrete quanto credo spontanee. E comunque, se conoscete qualche ragazza di 25 anni (23 all’epoca dei fatti) e provate a calarla in una situazione simile, penso che “tutto bene” è difficile che sia la prima cosa a cui credereste. Poi leggo in giro e scopro che il mio non è un punto di vista molto condiviso, ma anzi che su questo argomento il mondo si divide in due filoni di pensiero, a mio parere ugualmente fuori di testa. Quelli del primo gruppo la insultano e la vogliono linciare perché “come si permette, invece di bruciare il vestito islamico appena liberata e dichiarare guerra a tutti gli stranieri, dato che noi abbiamo pagato il riscatto, allora non se lo meritava, venduta all’islam, ecc ecc”. I secondi sono un mix di esponenti della sinistra illuminata e quelli della vita prima di tutto, che mi sembrano pronti a gioire con un approccio quasi acritico nel mood “tutto bene quel che finisce bene”. In pratica nessun problema, è una libera scelta, brava Silvia, che forza di carattere, libera religione in libera autodeterminazione, semmai ci fosse anche una nuova vita è sempre bello, ecc ecc. Io sinceramente mi sento scioccata e agitata da ieri sera, per lei in primis ma soprattutto per queste reazioni, per me ugualmente assurde. Ai primi vorrei dire: non so come vi permettete di giudicare e questionare in una simile situazione, ma auguratevi che se vi capita qualcosa di brutto, dal rapimento a un incidente, dall’altra parte non ci sia gente come voi, che giudica le vostre scelte per decidere se meritate aiuto o salvezza, ma piuttosto persone disposte ad aiutarvi ad ogni costo a prescindere dalle loro o vostre ideologie. Ho amiche infermiere che vorrebbero tanto certe volte mettere le loro opinioni davanti alla loro professione, quando capitano certi pazienti sul lettino, e invece nonostante ciò che pensano li curano tutti, perché in certe situazioni il giudizio va sospeso e la vita umana si salva e punto. O vale solo in certi casi? Al secondo gruppo, quelli che sventolano la bandiera dell’happy end, vorrei ricordare che il libero consenso in condizioni di non libertà, non viene considerato pienamente libero nemmeno per i carcerati che hanno un avvocato, figuriamoci per una persona nelle mani di chissà chi, spostata di rifugio in rifugio da milizie armate. Libero de che? E in ogni caso, una liberazione non cancella una segregazione, con tutto ciò che comporta per i singoli e per il mondo in cui viviamo. Festeggiare cosa? La fine di una condizione mostruosa, al massimo, e un sollievo sapere che è viva e libera, ma i festeggiamenti sinceramente li riserverei per altre cose. E dato che sembra abbiamo tutti la memoria cortissima, vorrei ricordare che tutta Italia è impazzita letteralmente, nei più svariati modi perché siamo stati costretti PER LA NOSTRA SALUTE a stare rinchiusi due mesi. Eravamo nelle nostre case, con internet, il telefono, e tutte le nostre cose intorno. Eppure persone si sono suicidate, ammalate di depressione, o lamentate ininterrottamente della claustrofobia o privazione della libertà per aver dovuto condividere spazi con altra gente, essere stati soli o non aver potuto fare una corsa o un aperitivo… e da settimane per questo si blatera di cambiamento totale, shock collettivo e cose così. Lei era sola, separata da tutto e tutti, senza contatti, fra le mani di gente armata, ed è durato un anno e mezzo. Per come la vedo io, comunque sia andata, Silvia Romano ha davanti a sè (e con lei la sua famiglia) un lungo e molto complesso percorso da affrontare, che andrebbe soltanto rispettato in silenzio, con un muto e vergognoso sollievo perché non è capitato a noi o ai nostri cari e la speranza – vana – che cose così non capitino mai più a nessuno. Purtroppo però noto che per la maggior parte delle persone le riflessioni sono ben altre, o inesistenti proprio. E mi sa che anche la quarantena da Covid ai più non è servita davvero a niente. Altro che cambiamento.

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