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Lapo e l’istinto vitale

Lapo e l’istinto vitale

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A me Lapo Elkann fa simpatia, è inutile. Per quanto cretine siano alcune sue scelte, o proprio per quelle, per quella vena folle che non esce solo nei suoi progetti imprenditoriali estremi, ma che ciclicamente gli fa fare un numero di quelli da far svenire tutta la famiglia.
Un Agnelli, alla fine. Nato per il successo, progettato per riuscire in tutti gli aspetti della vita, un nome una garanzia. Nipote dell’Uomo impeccabile (sì certo, pure cocainomane il nonno, diventato un mito di tutte le generazioni di cocainomani successive alla sua per le sue mitologiche “narici d’argento”, ma che c’entra, l’importanza è lo stile e che sia ricordato per l’orologio sul polsino). Figlio e allievo con pedigree, un destino luminoso e obbligato segnato fin dalla culla, spupazzato nei salotti buoni già da piccolo, puntato dalle gran dame fin dall’adolescenza, allevato per fare ciò che doveva.

Magari avrebbe voluto fare l’artista. Il coreografo, lo stilista, il tronista. Si suppone abbia avuto molto dalla vita, ma forse non la possibilità di una scelta. Ogni tanto smatta, e combina uno di quelli che sembrano autogoal clamorosi, in mondovisione. Per come la vedo io, a parte la componente autolesionista della coca, direi che ciclicamente non ne può più e scappa qualche giorno per tornare a sè, e alla vita che avrebbe potuto avere, l’avessero lasciato in pace. L’istinto profondo e tenace dei “diversi”: ci provano in tanti a distruggerlo, da secoli e secoli, con tutti i mezzi e l’accanimento possibile, ma alla fine vince sempre lui. Peccato spesso a un prezzo così alto.

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