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Sognando Milano, scappando dai bulli

Sognando Milano, scappando dai bulli

La mia amica Ale è alta e magra, con le cosce lunghe e la parte interna del braccio perfetta. Credo sia anche liscia naturale. Stamattina, chattando, mi raccontava che da piccola l’hanno sempre tormentata perché aveva il naso grande e la carnagione scura, la chiamavano marocchina. Io avevo il problema opposto: grassoccia, timida, bianca di pelle arrossivo per tutto. Con gli occhiali spessi già a sei anni, infagottata e impacciata, ero sempre la più piccola per età e, senza amici, ero un bersaglio facile, una vera delizia per i bulli e le compagne ripetenti. Che poi, in genere, alla fine molti di loro si sono uniti in matrimoni riparatori e sciolti in divorzi a stretto giro. Fine della storia: a 25 anni lavoravano entrambi tredici ore al giorno, i primi per pagare gli alimenti, le seconde per gestire da sole due figli e la vita in generale. Io invece a 25 anni cominciavo a mettere le basi per la mia vita futura, ero appena all’inizio.

ImmaginePerò a 12, 13, 14 anni, queste cose non le sai. All’epoca sognavo Milano, che per me cresciuta in un paesino di provincia, per dimensioni e probabilità di riuscita corrispondeva circa a New York. A Milano ogni tanto qualcuno dal paese ci andava col treno, andata e ritorno in giornata. Qualcuno dei ragazzi più grandi – si diceva – ci era andato per studiare e lì era rimasto, ma notizie certe non ce n’erano; non li vedevi mai tornare, e il dubbio rimaneva sempre.

A 13 anni, quello che sapevo era che, ogni santo giorno tranne la domenica, dovevo prendere il maledetto pullman dove avrei trovato quella banda di bestie piene di brufoli e gel che non vedeva l’ora di vedermi arrivare. Se tutto andava bene, si accontentavano di urlarmi qualcosa che mi faceva morire dall’imbarazzo, qualcosa che produceva che per un tempo infinito tutte le persone sul pullman mi avrebbero fissata, chi assonnato e infastidito dal baccano che la mia presenza stava provocando, chi divertito per lo show in arrivo. Sentivo quei mille occhi addosso per tutto il tempo in cui ero occupata prima ad arrossire violentemente, poi a cercare di smettere di tremare senza sapere dove guardare, senza riuscire a controllare i muscoli della faccia, fissando il vuoto disperatamente nel tentativo di non piangere, o sapevo che sarebbe stato peggio.

Ma quelle erano le mattine in cui andava meglio: appena messo piede sull’autobus, alle 7.05, dal tipo di saluto che ricevevo sapevo se me la sarei cavata con così poco, oppure no.

Perché quando salivo, a occhi bassi e con il fazzoletto stirato da mia madre stretto nel pugno, sperando di mimetizzarmi nella folla, a volte venivo accolta da un “eccola qua”, e così avevo la certezza che quello sarebbe stato uno di quei giorni in cui avevano senso i miei incubi, perché per quella mattinata il loro gioco designato sarai stata io. Mi raggiungevano, mi tiravano per il braccio, mi prendevano la cartella, mi rubavano gli occhiali, mi sollevavano la gonna, certi giorni per vedere le mutande e certi altri per guardare delle cosce così grasse. Lo scopo del gioco era  vedere se sarei riuscita a scendere alla mia fermata, e come ci sarei arrivata. In lacrime, con lo zaino strappato, spettinata, terrorizzata, inciampando sul gradino di discesa nella fuga atterrita dalle loro risate? L’opzione era farmi perdere la fermata, costringendomi così a fare con loro altri 20 km. Quell’ultimo tratto di strada era comunque quieto, la loro vittoria era tutta nella mia faccia sconvolta e disperata all’idea di non sapere come tornare indietro, mentre pensavo allo sguardo di Suor Rosaria la preside, agli occhi di tutta la classe addosso mentre interrompevo la lezione entrando in ritardo, rossa e scarmigliata, alla nota sul registro, a quello che avrebbero detto i miei a casa.

In classe, quando c’erano le materie dei secchioni, tutto andava bene. Lì le regole funzionavano: se eri  brava ti lasciavano in pace, non importava se eri grassa, miope o vestita male, nelle ore principali il rispetto lo  vinceva chi prendeva il voto più alto, e per prenderlo bastava ascoltare, leggere, sforzarsi di non distrarsi troppo. Meno bene invece durante le lezioni delle materie antagoniste come arte, musica e ginnastica, regni delle stronze e delle ripetenti. Entrambe, in un istituto quasi esclusivamente femminile, avevano uno strapotere quasi assoluto. Una in particolare, ripetente cronica e reginetta di bellezza, era quella che quando dovevo correre verso la cavallina (che per me in quanto a feeling poteva pure essere un toro vivo), appena prima del mio turno faceva sempre una battuta a voce alta sull’enormità del mio fondoschiena. La sua preferita diceva che, nella rincorsa, avrei potuto provocare un sisma. Di sicuro lo provocava lei nella classe, che improvvisamente si ammutoliva appena prima della mia partenza.  A lei il suo momento di gloria, a me il secondo desiderio di morte prima della ricreazione.

Per fortuna gli anni passano e, per una curiosa legge di natura, spesso i destini segnati non lo sono così tanto, almeno non come li crediamo noi negli anni in cui siamo così fragili che basta lo scherno altrui per sognare di morire.
Si diventa grandi e si impara.

Si impara a difendersi, a quali parole dare un peso e a quali no.
Si impara qual è la nostra bellezza e dove ce l’abbiamo.
Si impara qual è il nostro talento, e se siamo fortunati, anche cosa farne.

La liberazione arriva quando non ci speri più, in un’altra vita, un’altra età, un’altra te allo specchio, a volte anche un’altra città più civile, più grande, più “violenta”, come la definiscono alcuni giornalisti che evidentemente in provincia non sono cresciuti. Il mio happy end è cominciato da Milano, una città “dura”a cui sarà sempre grata, anche per questo.

Perchè, per dirla con le parole della mia amica Ale – anche lei trapiantata e orgogliosa – “ Da noi, poi, Milano è l’orizzonte mitico degli ardimentosi. Non importa che lavoro fai. Se sei a Milano hai già vinto”.

Quanto è vero.

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